Non riesco a scrivere più niente.
Mi sembra che per qualsiasi cosa io voglia esprimere, ci sia già stato qualcuno che abbia scritto parole più puntuali di quelle che potrei usare io (quello che sei per me, è inutile spiegarlo con parole).
E nella mia testa si confondono timbri, frasi, rime e ritmi, mentre penso a quello che vorrei dirti (when you try your best but you don’t succeed).
E al modo che vorrei usare: liberare le frasi da questo tono di accusa e lasciare solo che si tingano dell’amaro che mi lasci (non riesco ad arrendermi a tutti i miei sbagli, sei tutti i miei sbagli). Renderle più efficaci, più crude e crudeli (la vita è un suicidio, l’amore è un rogo). Senza lacrime che scalfiscano la mia corazza per permetterti un ulteriore affondo, per non gravare di patetico e soggettivo esigenze e atteggiamenti che lucidamente dovrebbero essere oggettivi e quotidiani (mi piacerebbe, sai, sentirti piangere, anche una lacrima, per pochi attimi). Arrivare a te lasciando intendere che sottolineare uno sbaglio non è una vendetta (ti farò male più di un colpo di pistola, è appena quello che ti meriti), ma un mezzo per erigere qualcosa di più saldo, sicuro, perfetto (dimmi che per sempre sarai sincero e che mi amerai davvero).
Allora e solo allora, forse, potrei avere qualche vaga speranza di penetrare la corteccia del tuo orgoglio e trovare l’affetto destinatomi (due solitudini si attraggono) immerso nella resina di un qualsivoglia amor proprio, per sentire che anche le nostre menti e non solo i nostri corpi possono entrare in risonanza (la comprensione è un’utopia, come l’anarchia).
sabato 2 agosto 2008
venerdì 1 agosto 2008
A fior di pelle - Marlene Kuntz
Ci sono istanti in cui vivere è una merda, che vada a fuoco, poi, è pur sempre una scoperta.
Adesso che non ci sei posso dirlo.
Lo posso urlare che le mie lacrime non scorrevano per te.
Ero io che piangevo su di me, per me, dentro me.
Perchè è sempre sconvolgente sbattere la faccia contro il muro della delusione.
Oh che esecrabile emozione, sentirsi un vulcano in eruzione.
Quando avevi bisogno c'ero.
Sono stata presente nella tua vita anche nei momenti in cui tu per primo non eri sul pezzo.
Ero fisicamente, psicologicamente, moralmente presente anche dopo.
C'ero per festeggiare i tuoi successi.
C'ero per godere con te di un regalo datato per una tua scelta.
A fior di pelle salirono gli sbotti usano i nervi a mo' di comodi condotti.
In amore non vale il do ut des.
Non dovrebbe. Lo so.
Ma io, piccola, insicura e fragile di fronte al muro di lavoro che ho tirato su in dodici anni, io e solo io, con sei corde fra le dita, tre di nilon e tre rivestite, io, che ho ricacciato dentro il dolore di questi mesi perchè non gravasse su di te, io, che ancora non l'ho espulso perchè credo nel principio di Lavoisier e voglio trasformarlo in altro, io, che ti pongo ingenuamente davanti a me stessa, speravo in una ricompensa proporzionale.
La zona rossa esplose in un secondo e fu davvero come deflagrasse il mondo.
E invece tu fuggi ringraziando. L'educazione anzitutto.
Mi aspettavo rimanessi e asciugassi le mie lacrime con le mani.
E non con parole alla salsedine come farai.
Ma che finale odioso quel can can di grida e gestualità,
Quinto cerchio melmoso dall'inferno ulula la realtà:
Ci sono istanti che vivere è una merda, nessuna cosa al mondo sa come si disperda.
In quegli istanti in cui vivere è una merda, che vada a fuoco poi, è purtroppo cosa certa.
Adesso che non ci sei posso dirlo.
Lo posso urlare che le mie lacrime non scorrevano per te.
Ero io che piangevo su di me, per me, dentro me.
Perchè è sempre sconvolgente sbattere la faccia contro il muro della delusione.
Oh che esecrabile emozione, sentirsi un vulcano in eruzione.
Quando avevi bisogno c'ero.
Sono stata presente nella tua vita anche nei momenti in cui tu per primo non eri sul pezzo.
Ero fisicamente, psicologicamente, moralmente presente anche dopo.
C'ero per festeggiare i tuoi successi.
C'ero per godere con te di un regalo datato per una tua scelta.
A fior di pelle salirono gli sbotti usano i nervi a mo' di comodi condotti.
In amore non vale il do ut des.
Non dovrebbe. Lo so.
Ma io, piccola, insicura e fragile di fronte al muro di lavoro che ho tirato su in dodici anni, io e solo io, con sei corde fra le dita, tre di nilon e tre rivestite, io, che ho ricacciato dentro il dolore di questi mesi perchè non gravasse su di te, io, che ancora non l'ho espulso perchè credo nel principio di Lavoisier e voglio trasformarlo in altro, io, che ti pongo ingenuamente davanti a me stessa, speravo in una ricompensa proporzionale.
La zona rossa esplose in un secondo e fu davvero come deflagrasse il mondo.
E invece tu fuggi ringraziando. L'educazione anzitutto.
Mi aspettavo rimanessi e asciugassi le mie lacrime con le mani.
E non con parole alla salsedine come farai.
Ma che finale odioso quel can can di grida e gestualità,
Quinto cerchio melmoso dall'inferno ulula la realtà:
Ci sono istanti che vivere è una merda, nessuna cosa al mondo sa come si disperda.
In quegli istanti in cui vivere è una merda, che vada a fuoco poi, è purtroppo cosa certa.
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